MATERIE - Personal exhibition of Beppe Madaudo
- 23 mag 2025
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Aggiornamento: 6 ore fa

La pittura di Beppe Madaudo si muove in una zona di attrito: non tra l’immagine e il mondo, ma tra la materia e il tempo. Le sue opere nascono dove lo sguardo incontra la resistenza della superficie, e le figure si sottraggono alla familiarità della rappresentazione, assumendo una qualità enigmatica.
Al centro di questa ricerca c’è un uso rigoroso e sensibile dei materiali: pigmenti, resine, tessuti grezzi, foglia d’oro. Ogni elemento è scelto per la sua capacità di accogliere variazioni e interferenze. Georges Didi-Huberman, riflettendo sull’arte del Beato Angelico, osservava che i materiali non sono supporti neutri, ma partecipano attivamente alla costruzione dell’immagine, ne influenzano la forma, ne condizionano la visibilità. In Madaudo, la preparazione della tavola, la grana del fondo, la stesura del colore diventano parte dell’opera e ne trattengono la memoria.
Pur restando nei confini della figurazione, il suo sguardo elude ogni intento mimetico. È un realismo rivolto a ciò che nella realtà resta opaco, indecifrabile. La tensione nasce dalla dissomiglianza tra la nitidezza delle figure e l’instabilità cromatica dei fondi, tra ciò che è stato e ciò che non è ancora. Le immagini conservano i segni dei gesti anteriori: abrasioni, cancellature, sovrapposizioni. Tracce che si sedimentano nella materia, evocando un tempo fatto di ritorni e sospensioni. L’artista non cerca profondità prospettiche. Si concentra invece sulla superficie, la scava, la interroga. Anche la luce non costruisce volumi, ma emerge dall’interno come una reazione lenta del materiale. La foglia d’oro, usata senza intento decorativo o simbolico, agisce da elemento di rottura: rifrange, opacizza, frammenta. Introduce un ritmo spezzato, come se nelle sue stratificazioni la pittura portasse alla luce, di volta in volta, una possibilità latente.
Benjamin ha scritto che non è il passato a precedere il presente, ma è il presente che, per un istante, lascia riaffiorare ciò che in esso si è depositato. Così, anche in queste immagini, il tempo si manifesta – discontinuo – nella materia.
Alcuni lavori rendono con particolare efficacia questa dinamica. In “Toro” (2016), la foglia d’oro si ossida, attraversa la superficie senza dominarla, cattura la luce e ne trattiene il fondo. In “13 luglio” (2022), il craquelé segna il corpo del cavallo in una trama di piccole fratture. In “Efebo” (2023), una figura dai tratti antichi si volge verso un presente instabile, portando con sé ciò che il tempo ha già disperso.
Questa mostra, la prima personale di Madaudo presso la galleria Aquilani & Sons, presenta una selezione delle sue opere recenti. Le tavole non chiedono di essere interpretate, né offrono spiegazioni. Chiamano a uno sguardo lento, quasi tattile. Capace di cogliere ciò che emerge e si ritrae. E in questo scambio tra presenza e sguardo, la pittura ritrova una sua essenza primaria: non quella di descrivere il mondo, ma di farlo accadere di nuovo, ogni volta, nel gesto di chi guarda.


